Qual è il ruolo della Speranza?
CONDIVIDERE LA COMPASSIONE PER DARE UN SENSO A QUESTO TEMPO
L’esperienza della storia presente permette di farci alcune domande sul fondamento della speranza umana individuale e collettiva. Soprattutto quando un’entità invisibile e sconosciuta ci ricorda la fragilità della nostra effimera esistenza. Di fronte a questi eventi, ha ragione di essere la speranza umana? E dopo tali eventi su che cosa possiamo basarla? Le situazioni recenti ci hanno mostrato un panorama desolante. E di fronte al numero di morti e contagiati, mi permetto di essere categorico: il mondo non sta cambiando; il mondo è già cambiato! E la tragedia che ci ha colpito ha fatto crollare le basi su cui si era stabilito l’ordine economico, politico, sociale e religioso. La pandemia ha messo in evidenza il narcisismo, l’individualismo e, soprattutto, l’egoismo di alcuni membri della nostra società. Basti ricordare le immagini di quelle persone che sfilavano schizofreniche con carrelli pieni di carta igienica, o che dire di quelli che facevano o fanno file (negli Stati Uniti, ndr) per comprare armi da fuoco, o peggio ancora, di quelli che sotto l’immagine del martirio ecclesiastico cercano i riflettori della vana gloria? La gente si prepara a combattere, ma i loro atteggiamenti rendono chiaro che non sanno contro che cosa o chi è la loro battaglia. Siamo di fronte al prezioso hashtag #IoRestoACasa, ma che può anche lasciarci vuoti di contenuti e riempirci di inerzia, vittime di informazioni ritagliate, senza contesto e senza sfumature. Stiamo di fronte alla televisione, dove quello che conta è il rating del produttore che mette una maschera al conduttore per aggiungere drammaticità alla questione. Siamo di fronte all’opportunismo dei servizi streaming che promuovono serie TV a tema pandemia. Siamo di fronte alla macro politica dell’accaparramento di tutto, perché? Perché posso.
Ci sono quelli che comprano a tonnellate per chiudersi in casa e coloro che non godono della stessa fortuna. Siamo di fronte a migliaia di persone che sfruttano la situazione per sfogare i loro sentimenti razzisti non risolti. Perché ora sono stati loro, i cinesi, che non ci hanno detto in tempo qual era la situazione. Ma di una cosa sono sicuro, il coronavirus ci smaschera: la vecchia scimmia si arrampica sull’albero più alto, mentre la tigre della morte guarda con avidità. Senza dubbio, in qualche laboratorio, qualcuno starà già calcolando a quanto si dovrà vendere il vaccino contro il virus, e soprattutto, chi potrà permetterselo. Così infatti il detto popolare: il fiume che straripa fa guadagnare ai pescatori. Il nemico invisibile attenta alla salute pubblica, ma violenta anche la realtà della nostra esistenza, al punto da costringerci a riconsiderare il modo di rapportarci gli uni agli altri e, soprattutto, con se stessi. Attenzione, perché di fronte a tali esigenze il nostro istinto ci porta a sfuggire alle reali ore di solitudine e silenzio, con lo scopo di tacere la voce interna che reclama di assumere l’impegno serio e responsabile della vita. E davanti agli spazi abissali della nostra stanza, diamo la concessione ai cellulari e ai computer perché ci aiutino a sopravvivere a questi tempi di crisi, al punto da supporre che attraverso di loro continuiamo con il ritmo regolare della nostra vita. Lì amiamo, fantastichiamo e proiettiamo il nostro futuro. Però gli abbracci non si sentono, gli sguardi non si incontrano e la vita rischia di finire nel momento in cui ci disconnettiamo dalla rete. È così che riappare la sintomatica e fastidiosa nudità della voce interiore che, attraverso la coscienza, esige l’aggiornamento responsabile del nostro modo di essere e di essere nel mondo. Fermiamoci un attimo! E anche se il futuro non ci permettesse di sperare nulla, la nostra straordinaria esistenza in questo tempo concreto ci dà due opzioni: o lasciarsi distruggere dall’angoscia, o cercare la via d’uscita. Come dice Pérez Lindo: la cosa più significativa del momento attuale non è più la fine di un’epoca che era già, ma la nascita di un nuovo mondo. Ma non basta pensare alla realtà. Si tratta di trasformarla e passare a nuove configurazioni storiche. Perché, attenzione! I valori che professiamo sono ancora vivi in noi nella misura in cui li esprimiamo in atteggiamenti corrispondenti. Svegliamoci! Se abbiamo fissato lo sguardo sulla nostra soggettività, con le paure e le angosce proprie della nostra umana natura, allora è tempo che le vediamo con chiarezza e senza pregiudizi. Chi siamo noi in questo momento di crisi mondiale? Che ruolo abbiamo in essa? Davanti a queste domande forse possiamo scoprire la privilegiata posizione della nostra vita; infatti, se facciamo attenzione ci possiamo rendere conto che le nostre angosce – tante volte – sono lontane da quelle che vivono le persone meno fortunate. Allora basta con le commiserazioni! Invece di cadere nella depressione, mettiamo alla prova la nostra capacità di apertura all’altro. Credo fermamente che in questo momento non possiamo permetterci l’autocommiserazione.
Oggi più che mai dobbiamo essere chiari sul ruolo che abbiamo in questa crisi mondiale, perché ci rende corresponsabili di ciò che siamo e facciamo in solidarietà con gli altri. E nel tentativo di cercare il filo rosso, la risposta appare indisturbata nel tempo e ci sussurra con la sua enfatica semplicità: Dove è la disperazione, ch’io porti la speranza. Dove è tristezza, ch’io porti la gioia. Dove sono le tenebre, ch’io porti la luce. Che io non cerchi tanto di essere compreso, quanto di comprendere... E non voglio essere romantico o fantasioso, ma pratico e realista. Che, se le mettiamo in pratica, ci fa eredi delle parole del profeta Isaia: Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio» (Is 52,7). Senza dubbio la semplicità dei gesti è la bandiera eroica della squadra francescana che ci ha accompagnato nei momenti cruciali della storia. È urgente la presenza di araldi che possano trasmettere, anche a distanza, la compassione e la simpatia (nel senso greco della parola), che non si riferiscano a nient’altro che a quella possibilità di condividere la passione: cioè sentire come proprio quello che succede all’altro, vivere quello che l’altro vive, soffrire quello che l’altro soffre, in modo che il pathos dell’altro, non sia estraneo, ma proprio. Questo ci fraternizza, prima con noi stessi, poi con gli altri; e ci permette di vedere il mondo con un’altra prospettiva, di stabilire altri legami, altre identità. Un altro modo di relazionarsi con le persone. Un altro modo di dire chi sono io e chi è l’altro. Altri spazi di incontro. Un’altra concezione di ciò che facciamo. Un’altra idea del comune e del quotidiano. L’esperienza che stiamo vivendo in questo particolare tempo ci permetta di sperimentare la voce vibrante di Colui che dice: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,30).
di Jesus Manolo Morales*
*OFMConv, dottorando in filosofia
APRILE 2020
FONTE: SAN BONAVENTURA INFORMA Mensile della Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” Seraphicum

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