Clausura: restrizione oppure occasione?
LA PANDEMIA E lo sguardo del monachesimo sul mondo
Da quando l’intero Paese è entrato in questa “clausura domestica”, nel nostro monastero sono aumentate le telefonate di chi ci affida persone, nomi, volti, storie drammatiche di malattia, di solitudine da portare davanti al Signore e farci voce di chi non ha voce, ma sono in molti che – dopo aver sperimentato per qualche giorno le ristrettezze del rimanere in casa – ci hanno chiesto seriamente e ironicamente: “Ma come fate a vivere in clausura tutta la vita? Come fate a stare dentro dinamiche relazionali così strette senza uscire?” Di fatto normalmente noi abitiamo ciò che gli altri rifuggono: il silenzio, la solitudine, il nascondimento, il permanere nei conflitti relazionali, l’attesa di Colui che ritarda… La motivazione che spinge ad una scelta di vita in clausura è solo la Persona del Signore Gesù e la clausura non è un fine ma solo un mezzo per custodire l’esperienza di un Presenza gustata e desiderata come assoluto. Tale motivazione ha in sé – proprio perché non è un’idea, ma una realtà, è una Persona – la capacità di reggere l’urto del tempo, le logiche dell’egoismo e dell’apparenza che le stesse claustrali si portano dentro, ma soprattutto ha la capacità di protendersi oltre, perché la vita consacrata è finestra sui cieli nuovi e sulla terra nuova preparate e promesse ad ogni uomo. Il nostro rimanere è per attendere il ritorno del Signore. Il monachesimo guarda il mondo e ciò che vi accade a partire dalla fine, anzi dal Fine. Da questa promessa di “cieli nuovi e terra nuova” prende spessore lo spazio e il tempo, le relazioni con gli altri e col creato, la domanda sulla fine e sul fine, il senso di ogni cosa. Se da un lato la nostra vita reclusa non è paragonabile a quella a cui si è costretti oggi, tuttavia si intravvede una impercettibile pedagogia che la vita stessa si sta incaricando di operare proprio attraverso questa “clausura domestica”: essa insegna all’uomo a contare i suoi giorni per giungere alla sapienza del cuore.
L’esperienza del rimanere chiusi in casa da parte di tanti, sta facendo emergere domande esistenziali ed esperienze a cui il monachesimo da secoli ha dato risposta e che sono profetiche ancora oggi.
Ci fermiamo solo su alcuni ambiti: - il rapporto spazio – tempo - la condizione creaturale dell’uomo di fronte a Dio e agli altri - la minaccia della morte: la fine è l’inizio. Riguardo al rapporto spazio – tempo: «… Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite, la pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti. Il “tempo” considerato in senso ampio, fa riferimento alla pienezza come espressione dell’orizzonte che ci si apre davanti, e il momento è l’espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto. I cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande. Da qui emerge un primo principio: il tempo è superiore allo spazio. Questo principio aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. Dare priorità allo spazio porta a diventare matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce» (Evangelii Gaudium, 222-23).
Queste parole di papa Francesco esprimono bene il rapporto che si sta sperimentando tra spazio e tempo: gli spazi ristretti hanno costretto le famiglie a riorganizzare il tempo.Lo spazio ristretto costringe ad attivare processi di consapevolezza di sé, del proprio limite come delle proprie capacità.
Nello spazio ristretto della propria casa, ma anche del proprio io, l’uomo può riprendere contatto col proprio limite e aprirsi agli orizzonti della propria creaturalità e comunionalità. Abbiamo sentito non poche famiglie raccontare che in queste settimane la “clausura domestica” va operando un processo, un movimento impercettibile ma autentico di umanizzazione, come se si andasse restaurando un’armonia nuova e antica. “Casa” non è solo un luogo, ma è lo spazio relazionale in cui ciascuno diventa se stesso grazie alla presenza e allo sguardo degli altri. “Casa” è quell’interiorità della coscienza in cui ci si scopre persone e non individui isolati.
“Casa” è lo spazio interiore che faccio di me all’altro e all’Altro: perder tempo con i figli, aiutarli nei compiti, nei giochi … guardare con occhi nuovi la moglie, il marito …inventarsi cose da fare insieme, ecco il processo di umanizzazione che si sta verificando in tante case, abitando il momento presente, l’oggi, l’attimo che ci attraversa e sperimentare che non è un diritto né un dovere, è dono.
E che il tutto è nel frammento: tutto l’amore può e vuole essere dimostrato e vissuto nei piccoli gesti del quotidiano. Si riscopre la sacralità dei gesti nella liturgia del quotidiano, nell’importanza dei riti, dei ritmi che ogni casa vive e ritrova nel tempo dilatato e non più consumato con voracità: fare da mangiare, impastare il pane, come una volta, accorgersi di quanto sia prezioso ciò che si è più di ciò che si fa. Certo, non mancano i disagi e le fatiche di questa stretta convivenza: c’è una voracità anche nelle relazioni familiari che si esprime talvolta in atteggiamenti di violenza e di aggressione proprio per la fatica di contenere la tensione di questo tempo, penso ai tanti disagi di chi è portatore di handicap e rimane isolato, e a tanti altri preoccupati del futuro perché rimasti senza lavoro e in una precarietà che tiene sospesi … la “casa” contiene tutti questi vissuti e in essa cresce il grano e la zizzania che sono nel cuore stesso dell’uomo.
Dentro questa pandemia scorgo semi di bene e di umanità ritrovata: l’uomo è ricondotto alla sua casa, alla sua dimensione creaturale, creazionale e relazionale: il monachesimo che tentiamo di vivere è proprio questo! Esso vive un processo di restaurazione dell’uomo nuovo rinato nel battesimo per diventare ciò che si è chiamati ad essere: uomini e donne pienamente umani. Tutta l’ascesi del monaco è per imparare a vivere la casa del suo cuore, lì dove è abitato dai “Tre”, e la casa comune del creato insieme ai fratelli. In questo tempo di pandemia non a caso è accaduta la Pasqua del Signore: essa è la cifra, la chiave di lettura di questi eventi, nel senso che il Cristo Risorto è Signore del tempo e della storia e tutto ciò che accade ha in Lui il suo senso ultimo. Il Risorto viene ad incontrare i suoi che sono chiusi in casa, anche loro, minacciati dalla paura della morte, come noi oggi.
Egli ha il potere di entrare nelle nostre case chiuse e di creare comunione lì dove c’è sospetto e paura, egli guarisce l’uomo da dentro e le sue ferite rimarginano le nostre.
Questa pandemia che sembra presagire la fine del mondo, in realtà sta rivelando il fine di ogni persona: diventare appunto pienamente umana e recuperare ciò che nella corsa accelerata di questi ultimi decenni l’uomo ha tradito di sé: il suo vero volto di figlio amato ad immagine del Figlio. Questo fine è l’inizio di un nuovo, perché il tempo non è mai qualcosa che passa, ma Qualcuno che viene, e sempre, dentro ogni evento, c’è una traccia del Suo venire.
Un altro aspetto che vorremmo sottolineare è proprio l’esperienza del non sapere, che l’uomo sta attraversando nei confronti di questa pandemia: le cause, le conseguenze, la fine … non si sa ancora nulla, è qualcosa più grande di noi che ha bisogno di tempo e intelligenza, eppure questo “non sapere” fa emergere tutta la fragilità dell’uomo, l’illusione dell’onnipotenza e il suo bisogno di salvezza che non gli viene dalle proprie forze, ma da Colui che lo ha plasmato di terra e di cielo.
Questa fragilità alla fin fine ci fa fratelli, solidali, “tutti nella stessa barca”, ognuno custode del proprio fratello, forse più per timore che per amore, ma almeno unanimi nella comune esperienza che la vita dell’uno è legata alla vita dell’altro.
La nostra vita fraterna in monastero ci fa “sorelle povere” proprio per questo: sorelle nella povertà dei nostri limiti e nella comune eredità del Figlio di Dio. Tutto ciò che è spirituale è pienamente umano. Niente è più concreto della nostra vita spirituale fatta di relazioni, comunione, tensioni, di lavoro, di pane impastato, di semi piantati, di ordine e di bellezza, di lode e di canto, di tenerezza e silenzio, di fortezza e solitudine, di lotta e mitezza, di gesti ripetitivi e umili, nascosti e sacrificati, di domande che attendono risposte per anni, di preghiere riposte nel cuore di Dio, di umorismo sui propri limiti e su quelli di chi ci vive accanto. Il monaco riceve l’oggi dalle mani di Colui “che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi” ogni giorno, ma a sera lo restituisce perché sa che non ha nulla di proprio. Attende l’alba di un nuovo giorno ogni mattino mentre “le cose ad una ad una riemergono dal buio” nel lucernario dell’aurora, perché egli sa che “tutto è sposa” come dice Guardini. La povertà di cui fa voto non è uno sforzo che lo fa eroe, ma semplicemente la verità di sé a cui cerca ogni giorno di aderire con confidenza e se uno sforzo c’è è quello dell’accettazione umile di essa, la stessa che è chiesta oggi, nelle pieghe e nelle piaghe di questa storia che è la carne di Cristo crocifisso e risorto, l’unico esegeta del Padre, che “spiega l’uomo all’uomo”.
*Sorelle Clarisse del Monastero del Buon Gesù di Orvieto
APRILE 2020

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